Portfolio Masonry Boxed

L’Aquilone

Opera 13.0064 – Acrilico su tela – giugno 2013 – dim. 60×80 cm

L’Aquilone: la ricerca di al.to. che si sviluppa anche secondo le strade del colore, trova ne L’aquilone una delle sue massime espressioni, in cui ciò che è reso tramite le nuances di azzurro fuso con tinte più calde, è protagonista. La spatola, non il pennello, hanno dato forma immaginaria a quello che potrebbe essere un bimbo (o un adulto, chi lo vieta?) che fa volare il proprio aquilone. Senso della ricerca di una libertà estrema, che spazia in una forma non definita ma lascia a noi la prerogativa di uscire dalla tela e, senza ricercare profili troppo noti, affidarci alle immagini interiori ed ai desideri inconsci.

L’angolo dei desideri

Opera 11.0001  Olio su tela – Settembre 2011 – dim.50×70 cm

L’angolo dei desideri non è un posto chiuso, ristretto nelle nostre anime, buio, celato o pronto ad esser surclassato dal resto. E’ un luogo vivo, ampio, pulsante che, molte volte, ci spinge ad avviare un percorso all’interno della nostra vita e che, se aiutati dalla regia del Caso, del Destino, diventa la fucina della nostra vita. Il dipinto di al.to. titolato proprio L’angolo dei desideri, rivela tutta la potenzialità ideologica e concettuale che sta dietro ad un desiderio, sia da un punto di vista formale che dall’ambito personale da cui esso deriva. Il quadro in questione è stato realizzato nel settembre 2011 e segna il ritorno alla pittura di Alfredo Torsello, dopo più di trenta anni. Abbandonata la pittura negli anni dell’adolescenza, un viaggio a Madrid fa riemergere la passione e la necessità di espressione attraverso il medium pittorico. E’ il primo quadro della seconda parte del percorso d’artista ed è, infatti, firmato Manfredi, uno dei suoi nomi, quello con cui la famiglia e il suo Salento lo riconoscono, e, per questo motivo, è un unicum. La filiazione di questa opera è, come accadrà anche per altri lavori, una foto. al.to. ha ripreso in un attimo particolare la sua donna e musa, Paola, all’interno del Museo Reina Sofia e ha poi idealizzato e trasposto quella immagine su tela. Tuttavia, questo quadro è uno scrigno di metafore. Mette in scena, come afferma lo stesso autore, “la possibilità di varcare una soglia per passare alla scoperta di un mondo che, magari, fino ad allora si era solo osservato dalla soglia senza mai varcarla… nella sua staticità, il dipinto prelude ad una azione dinamica in avanti e non una stasi nella posizione o un indietreggiare.” Inoltre, fa coincidere la ripresa a dipingere con l’idea dell’object trouvé di Marcel Duchamp che, si può notare nell’artificio architettonico della doppia apertura parietale del museo madrileno che somiglia, concettualmente, alla Porte: 11, Rue Larrey, ossia quell’anta lignea che l’artista francese usò per dividere 3 ambienti e incardinando la porta ad un unico angolo, cosicché all’apertura di uno spazio, ne risultassero chiusi gli altri e viceversa. Accadde, però, che, l’idea di Duchamp rivelò, invece, oltre l’anticonvenzionalità, anche quella di confine rituale e soglia simbolica tra un non chiuso e un non aperto. Non è forse questo il luogo deputato ai desideri? Una sorta di limbo, in cui l’idea e l’azione sono ancora sospesi, ma al sicuro. Il parallelismo con l’opera di Duchamp, tuttavia, non era né cercato né voluto, ma emerso solo mesi dopo la realizzazione del quadro di al.to. Molto è accaduto dopo questa opera: Alfredo Torsello ha smesso i panni (artistici) di Manfredi e ha dedicato sé stesso all’arte con una nuova visione, trasformandosi in al.to., permettendo a tutta la sua pirandelliana e poliedrica personalità di arricchire la portata espressiva. Paola , idealizzata in questa opera, dipinta di rosso, uno dei colori chiave della produzione di al.to., ha preso sempre più spazio sulle tele dell’artista, confermandosi una delle maggiori fonti di ispirazione per lui. E forse, in questo dipinto, in nuce era già presente il futuro: l’atto di sbirciare della figura alla porta, senza paura, può essere interpretato come un insieme di desideri da esaudire che, poi, pian piano hanno avuto riscontro nella realtà.

La terrazza

Opera 13.0065  Acrilico su carta – giugno 2013 – dim.46×31 cm

La Terrazza è di al.to. è un luogo che offre una visione privilegiata, un luogo architettonico che rimanda alla vita da ingegnere dell’artista. La visione privilegiata è quella che formalmente deriva da uno spazio posto ad una sommità, che amplia la propria visuale sul panorama e sul (proprio) mondo; oltre che favorita, diventa, dunque, visione intima. Lo spazio è qui razionalizzato e reso essenziale, attraverso un gioco di linee che percorrono forme note e rimandano a strutture antiche, che sono le radici della nostra cultura.

Possono essere i portici bolognesi, città in cui vive al.to., ma anche arcate romane, borboniche, che pongono lo sguardo dinanzi ad un forte attaccamento per la nostra storia. Quel portico, peraltro, appare volutamente stilizzato, intuibile più che riconoscibile, perché deve seguire l’immaginario del fruitore, affinché egli possa cercare ed percepire qualcosa di proprio. Le geometrie perfette che, inizialmente stavano prendendo piede, hanno, poi, come spesso accade nelle opere di al.to., lasciato spazio a forme surreali e immaginarie dell’istinto. Questa, infatti, è innanzitutto una terrazza immaginata, filiazione di una piccola opera su carta, ripensata in parte, in cui, però, il concetto alla base resta il medesimo.

Tramite l’uso e la forza dei colori primari ci si interroga su due cose: quanto sarà alta questa terrazza su cui la ringhiera ci protegge? Quanto è lontano e pericoloso il mondo là fuori? Da questa posizione privilegiata ci sentiamo al sicuro e anche superbamente padroni del nostro destino. Basta spostare lo sguardo a sinistra per vedere che dal grande portale, irradiato da una forte luce, non c’è una base sicura con cui scendere, ci tocca, con coraggio, compiere il salto nel vuoto e rischiare, ma vivere. La geometria che si muove tra la lezione surrealista e soprattutto metafisica, si nutre qui di luci e ombre, in un dualismo equilibrato che non lascia spazio al superfluo.

Shadow

Opera 13.0075  Acrilico su tela – ottobre 2013 – dim.40×100 cm

Shadow, terza opera del Trittico degli antichi colori, è un ossimoro in essere. Questo dipinto nasce da un gioco di luci del quotidiano: l’ombra di una ringhiera, riflessa su una tela poggiata a terra nella casa dell’artista, prende vita. Pochi istanti, poche pennellate a rendere una forma geometrica impressa dal colore ben lontana dall’idea di ombra. Quella che viene considerata la “parte buia” assume, al contrario tutta la vitalità opposta, apportata dalla forza del colore rosso, che per al.to. è veicolo di energia per antonomasia.

Ambasciatori

Opera 13.0078  Acrilico su tela – ottobre 2013 – dim.40×100 cm

La seconda opera del Trittico degli antichi colori, Ambasciatori, riprende in forma di astrazione un luogo simbolo della nuova cultura bolognese, la Libreria Coop Ambasciatori, sorta negli spazi di uno storico cinema del centro storico. L’anima dell’ingegnere Alfredo Torsello sovrasta, di qualche scalino, è proprio il caso, quella del pittore al.to. tanto che in un tripudio di libri e scaffali ciò che è rimasto impresso sulla tela è una parte della grande scala presente nell’edificio ristrutturato. Gli antichi colori, grigio, rosso e bianco, svolgono doppia funzione: considerati i soli autonomi nel Medioevo sono qui riattualizzati in un contesto assolutamente contemporaneo. Ed è ancora la tensione verso l’al.to della spirale, del serpente, della linea che qui si tramuta nell’oggetto scala

Sbandieratori

Opera 13.0070 – – Acrilico su tela – agosto 2013 – dim. 70×50 cm

Istinto, colore e caso, sono i veri soggetti di questa opera, che ha un’epifania molto singolare. Una tela e dei colori di bassa qualità acquistati in vacanza, un pomeriggio in compagnia della famiglia e un discorso intrapreso tra al.to. e sua sorella che nulla aveva a che fare con l’arte; sul tavolo questo supporto su cui il pennello e dei colori mal gestibili, intanto, davano forma ad un pensiero al.t(r)o. rispetto a quanto nella cucina salentina stava accadendo. Il pennello ed il colore scivolavano secondo una direzione che avrebbe dato forma solo all’istinto primigenio dell’artista, nulla di prestabilito. Terminato il tempo di un caffè, sulla tela si erano delineate queste forme geometriche, indistinte o definite da una sorta di non-finito. Il tutto si era compiuto, fin quando, la sorella dell’artista, non ha visto in queste forme un parallelo con l’immagine che creano gli sbandieratori che lasciano volteggiare i loro colorati drappi. Nasce così Sbandieratori, un’opera che si potrebbe definire collettiva in senso lato.